Da' la voce a quel che tace
prova pure a farlo uscire
segui quel che più ti piace.
Fatto. Bravo. Ora non dire
che non sapevi del tuo inganno,
che sei tanto bravo a mentire
a te stesso, e con gran danno
ti sei spezzato mente e ossa
dietro a un sogno, tutti lo sanno.
Fermo. Mani in alto, non una mossa.
Di quel che senti fa' su un fagotto,
e stringi forte, perché tu possa
amarlo ancora una volta, e di botto
lanciarlo lontano, senza un suono.
Non guardarti il cuore rotto,
che voli via, ben oltre il Duomo,
il Corso, i Bastioni, le Colonne
quel che mai sarà il tuo uomo.
giovedì 18 luglio 2013
venerdì 7 giugno 2013
Illuminami la notte
Rincasavo sotto una luna piena spettacolare.
Ultimamente il limite tra sonno e veglia si è fatto sottile, permeabile. La creatività sgorga.
E la luna brillava.
Brillava quella luna, brillava tanto da illuminare il cielo a giorno.
Fermo la Micra e scendo. SS36 delle quattro del mattino in tutta la sua rincuorante immutabilità. È chiaro forte questo cielo.
Solo dopo aver parcheggiato a casa ho capito che era l'alba.
Era l'alba anche ieri, mentre camminavo dal centro verso la periferia nord. E nella pioggia senza luna il cielo biancheggiava potente e totale.
Perso.
Canzoni di cinquant'anni fa in testa.
In bocca mentolo e tabacco. Altrui. E mi sono trovato.
Il mio posto è altrove, nella ressa, nella massa,
e chi incassa le botte la notte l'ha vista mezza,
l'ha vista grezza e insoddisfacente.
Ma la gente, la gente che aspetta
che senza fretta aggira la china
e la mattina vede arrivare
poi cammina, ma è come volare.
Ultimamente il limite tra sonno e veglia si è fatto sottile, permeabile. La creatività sgorga.
E la luna brillava.
Brillava quella luna, brillava tanto da illuminare il cielo a giorno.
Fermo la Micra e scendo. SS36 delle quattro del mattino in tutta la sua rincuorante immutabilità. È chiaro forte questo cielo.
Solo dopo aver parcheggiato a casa ho capito che era l'alba.
Era l'alba anche ieri, mentre camminavo dal centro verso la periferia nord. E nella pioggia senza luna il cielo biancheggiava potente e totale.
Perso.
Canzoni di cinquant'anni fa in testa.
In bocca mentolo e tabacco. Altrui. E mi sono trovato.
Il mio posto è altrove, nella ressa, nella massa,
e chi incassa le botte la notte l'ha vista mezza,
l'ha vista grezza e insoddisfacente.
Ma la gente, la gente che aspetta
che senza fretta aggira la china
e la mattina vede arrivare
poi cammina, ma è come volare.
mercoledì 30 gennaio 2013
Avevo scritto una T
Avevo scritto una T all'inizio del paragrafo, ma il perché e il percome mi sfuggivano. La T stava lì a sfidarmi, a dirmi che era importante, a sottolineare come senza di lei il resto non sarebbe restato in piedi. L'avevo scritta poche ore prima, cancellando la traccia in italiano con un rapido seleziona+canc. Sono passati ormai tre giorni pieni, e la T è ancora lì, seguita dal cursore che palpita come il cuore di un paziente in coma: sono bloccato.
Mi dico che è stata la burocrazia a fermarmi. Mi dico che è stata la mancanza di alcuni documenti importanti da allegare all'Application Form per il PhD. Ma la T ne sa più di me. Avevo trovato il modo migliore per iniziare quel paragrafetto del Research Proposal, e questo modo migliore era una parola inglese che inizia per T; un gerundio, se non ricordo male. T...-ing. Poi, come sempre, mi sono distratto. Tutto quello che è rimasto dell'ispirazione del momento è quella T beffarda, maiuscola e accusatrice.
E se non lo inviassi questo Research Proposal? Se non facessi questa Application e restassi a scavarmi la mia nicchia qui in Italia? Dopotutto, parliamoci chiaro, non ho veramente voglia di lavorare per tre anni a un progetto senza capo né coda, a un riempitivo di questa attuale mancanza di terreno sotto i piedi. Un PhD è tanto. Io cosa voglio?
Voglio un lavoro che mi piaccia, in cui eccellere e usare al meglio le mie capacità (lingua inglese, insegnamento, traduzione). Ho un disperato bisogno di cambiare aria e smettere di respirare i veleni di casa mia. Devo riorganizzare la mia vita.
Beh, tutto sommato il PhD non è tanto male. Vero, non ho mai trascorso così tanto tempo lontano da qui, ma è un'occasione davvero unica. Perché no?
...perché quella T mi sta ancora osservando. Per cosa sta? Turning? Ma Turning che? No, seriamente, devo venirne a capo. La sento che mi fissa. Che mi fissa e mi giudica. T, come "Toh, guarda chi è un fallito"; "Tutta fatica sprecata, non partire"; "Tu non sarai mai felice, né qui né altrove".
La odio. Ma non riesco a cancellarla. Sento che apriva un periodo perfetto. Telling? Forse. Ma Telling cosa? Di storie me ne racconto fin troppe. Eppure non riesco ancora a conoscermi come vorrei. Quando inizierò il mio percorso di analisi ne devo parlare alla psicologa.
Secondo me è Trying. Che poi ci starebbe benissimo anche con la mia vita odierna e i suoi stati d'animo. "Ehi, che fai nella vita?" "Mah, sai, I'm trying" "A fare che?" "No, così, in generale. Ci provo. Non mi applico, ma la butto sempre lì".
NO. Ora devo tirare un po' fuori le palle. I miei T-esticoli (dannazione). La cancello. Domattina la cancello. Poi magari la frase inizia comunque con T. Ma sarà un'altra T, una meno cosciente e autolesionista. Una T nuova di zecca.
Oddio. Anch'io mi chiamo T. Sto cadendo vittima di un alfabetismo inconscio autoreferenziale e me ne rendo conto solo dopo due pagine intere di divagazioni sonnolente all'una di notte.
No no. Non ci siamo proprio. Ora mi scrivo una To Do List per domani e guai se non la rispetto.
Buonanotte.
Mi dico che è stata la burocrazia a fermarmi. Mi dico che è stata la mancanza di alcuni documenti importanti da allegare all'Application Form per il PhD. Ma la T ne sa più di me. Avevo trovato il modo migliore per iniziare quel paragrafetto del Research Proposal, e questo modo migliore era una parola inglese che inizia per T; un gerundio, se non ricordo male. T...-ing. Poi, come sempre, mi sono distratto. Tutto quello che è rimasto dell'ispirazione del momento è quella T beffarda, maiuscola e accusatrice.
E se non lo inviassi questo Research Proposal? Se non facessi questa Application e restassi a scavarmi la mia nicchia qui in Italia? Dopotutto, parliamoci chiaro, non ho veramente voglia di lavorare per tre anni a un progetto senza capo né coda, a un riempitivo di questa attuale mancanza di terreno sotto i piedi. Un PhD è tanto. Io cosa voglio?
Voglio un lavoro che mi piaccia, in cui eccellere e usare al meglio le mie capacità (lingua inglese, insegnamento, traduzione). Ho un disperato bisogno di cambiare aria e smettere di respirare i veleni di casa mia. Devo riorganizzare la mia vita.
Beh, tutto sommato il PhD non è tanto male. Vero, non ho mai trascorso così tanto tempo lontano da qui, ma è un'occasione davvero unica. Perché no?
...perché quella T mi sta ancora osservando. Per cosa sta? Turning? Ma Turning che? No, seriamente, devo venirne a capo. La sento che mi fissa. Che mi fissa e mi giudica. T, come "Toh, guarda chi è un fallito"; "Tutta fatica sprecata, non partire"; "Tu non sarai mai felice, né qui né altrove".
La odio. Ma non riesco a cancellarla. Sento che apriva un periodo perfetto. Telling? Forse. Ma Telling cosa? Di storie me ne racconto fin troppe. Eppure non riesco ancora a conoscermi come vorrei. Quando inizierò il mio percorso di analisi ne devo parlare alla psicologa.
Secondo me è Trying. Che poi ci starebbe benissimo anche con la mia vita odierna e i suoi stati d'animo. "Ehi, che fai nella vita?" "Mah, sai, I'm trying" "A fare che?" "No, così, in generale. Ci provo. Non mi applico, ma la butto sempre lì".
NO. Ora devo tirare un po' fuori le palle. I miei T-esticoli (dannazione). La cancello. Domattina la cancello. Poi magari la frase inizia comunque con T. Ma sarà un'altra T, una meno cosciente e autolesionista. Una T nuova di zecca.
Oddio. Anch'io mi chiamo T. Sto cadendo vittima di un alfabetismo inconscio autoreferenziale e me ne rendo conto solo dopo due pagine intere di divagazioni sonnolente all'una di notte.
No no. Non ci siamo proprio. Ora mi scrivo una To Do List per domani e guai se non la rispetto.
Buonanotte.
lunedì 21 gennaio 2013
Piangere in faccia al tuo studente
Capita poche volte di sentirsi così nudo e allo scoperto come quando qualcuno parla di quello che non funziona in te e mette in vibrazione quella corda profonda e nascosta che non sapevi di avere. La permeabilità, mica roba da tutti.
Oggi il mio studente ha tirato fuori un male che in me è raggrumato da anni: l'essere dato per scontato.
Mi sono sempre vantato di essere autosufficiente, di stare bene da solo, di riuscire a cavarmela e risollevarmi ogni volta che cado; ma se avessi bisogno di aiuto, saprei chiederlo? Saprei dire agli altri di cosa ho bisogno?
Perché il NO fa così tanta paura? Perché il NO non riesco neanche a immaginarmelo con serenità?
I miei sanno esattamente cosa aspettarsi da me. Nella loro testa è tutto precalibrato. Ma io da me cosa mi aspetto? Cosa voglio?
Voglio vivere, bene, felice, ricco. Voglio l'amore, quello serio, quello dei sorrisi. Non quello delle preoccupazioni. Voglio la stima altrui. Ma prima di tutto, voglio la mia.
Volermi bene è un alibi che non basta più.
Sto valutando un percorso di psicoterapia.
Oggi il mio studente ha tirato fuori un male che in me è raggrumato da anni: l'essere dato per scontato.
Mi sono sempre vantato di essere autosufficiente, di stare bene da solo, di riuscire a cavarmela e risollevarmi ogni volta che cado; ma se avessi bisogno di aiuto, saprei chiederlo? Saprei dire agli altri di cosa ho bisogno?
Perché il NO fa così tanta paura? Perché il NO non riesco neanche a immaginarmelo con serenità?
I miei sanno esattamente cosa aspettarsi da me. Nella loro testa è tutto precalibrato. Ma io da me cosa mi aspetto? Cosa voglio?
Voglio vivere, bene, felice, ricco. Voglio l'amore, quello serio, quello dei sorrisi. Non quello delle preoccupazioni. Voglio la stima altrui. Ma prima di tutto, voglio la mia.
Volermi bene è un alibi che non basta più.
Sto valutando un percorso di psicoterapia.
giovedì 10 gennaio 2013
Timoni - Limoni - Demoni
Spesso la gente arriva a dei risultati spaccandosi la schiena, sputando sangue, sporcandosi le mani.
Io ai miei risultati arrivo sempre quasi per caso. E mi faccio rabbia.
A breve dovrò presentare una bozza di progetto per accedere a una borsa di studio per un dottorato di ricerca all'estero. Ecco, ho venti giorni per tirare fuori dal cilindro l'ennesima improvvisazione. E in questa fase preliminare in cui non ho il minimo controllo su quello che comunque accadrà (mi conosco), mi sento frustrato e impotente.
Credo sia tutta una questione di timone.
Esiste gente che si guida nella vita fin dalla più tenera età, si costruisce la sua nicchia con le idee chiare, lavora sodo, a volte fallisce, se riesce si rimbocca le maniche per lo sforzo successivo.
C'è poi gente che il timone non ce l'ha. Nasce, cresce, vegeta nel suo contesto, vivacchia soddisfatta della mediocrità, non vede sfide davanti a sé, lascia che tutto sia e infine muore senza lasciar traccia.
Io sto a metà strada.
Vivo nel continuo costruirmi rotte e progetti da portare a termine, mentre vivacchio adeguandomi a tutti i limoni che la vita mi dà da spremere. Ma non è mai vero merito mio per quello che porto a termine. C'è qualcun altro. Quando due mesi fa ho concluso la mia carriera universitaria con centodiecielode ero sì contento (ovviamente), ma non sono riuscito ad attribuirmi fino in fondo il merito di quella valutazione.
Il merito è del daimon. C'è un qualcosa in me che ogni tanto prende il controllo e mi manda in pilota automatico, che parla l'inglese come se fosse la sua lingua madre (e da sempre, fin da quando ero piccolino e se mi parlavano in inglese li capivo), che ricorda ogni dettaglio spiegato in ambito universitario e non, che tira fuori vecchi numeri di telefono inattivi da dieci anni. Lo stesso daimon che mi ha permesso di uscire con una valutazione ottima dal liceo senza. mai. aprire. un. libro. Mai.
Ma allora, al netto del daimon capriccioso e autogestito che vive in me, quali sono i miei meriti? Cosa so fare?
So essere empatico. Tendo a capire cosa frulla per la testa del mio prossimo, intuisco lo spirito che lo pervade, correggo la rotta per accostarmi alla sua e accelero o rallento per stare al suo passo.
Solo da una forte tendenza all'empatia può nascere un insegnamento efficace. Un amicizia prevedibile e senza troppi scossoni. Un ragazzo ideale.
Peccato che tutto questo non sia abbastanza. Ai meriti aggiungo una forza di autoconservazione senza precedenti. Uno spirito di sopravvivenza radicato, egoista e prevaricante. Io, prima del mondo intero.
Il calcolo si fa difficile. Mi contraddico, scrivo brancolando nel buio, divago (da buon Rambler).
Mi voglio bene.
Anche in assenza di timone.
Io ai miei risultati arrivo sempre quasi per caso. E mi faccio rabbia.
A breve dovrò presentare una bozza di progetto per accedere a una borsa di studio per un dottorato di ricerca all'estero. Ecco, ho venti giorni per tirare fuori dal cilindro l'ennesima improvvisazione. E in questa fase preliminare in cui non ho il minimo controllo su quello che comunque accadrà (mi conosco), mi sento frustrato e impotente.
Credo sia tutta una questione di timone.
Esiste gente che si guida nella vita fin dalla più tenera età, si costruisce la sua nicchia con le idee chiare, lavora sodo, a volte fallisce, se riesce si rimbocca le maniche per lo sforzo successivo.
C'è poi gente che il timone non ce l'ha. Nasce, cresce, vegeta nel suo contesto, vivacchia soddisfatta della mediocrità, non vede sfide davanti a sé, lascia che tutto sia e infine muore senza lasciar traccia.
Io sto a metà strada.
Vivo nel continuo costruirmi rotte e progetti da portare a termine, mentre vivacchio adeguandomi a tutti i limoni che la vita mi dà da spremere. Ma non è mai vero merito mio per quello che porto a termine. C'è qualcun altro. Quando due mesi fa ho concluso la mia carriera universitaria con centodiecielode ero sì contento (ovviamente), ma non sono riuscito ad attribuirmi fino in fondo il merito di quella valutazione.
Il merito è del daimon. C'è un qualcosa in me che ogni tanto prende il controllo e mi manda in pilota automatico, che parla l'inglese come se fosse la sua lingua madre (e da sempre, fin da quando ero piccolino e se mi parlavano in inglese li capivo), che ricorda ogni dettaglio spiegato in ambito universitario e non, che tira fuori vecchi numeri di telefono inattivi da dieci anni. Lo stesso daimon che mi ha permesso di uscire con una valutazione ottima dal liceo senza. mai. aprire. un. libro. Mai.
Ma allora, al netto del daimon capriccioso e autogestito che vive in me, quali sono i miei meriti? Cosa so fare?
So essere empatico. Tendo a capire cosa frulla per la testa del mio prossimo, intuisco lo spirito che lo pervade, correggo la rotta per accostarmi alla sua e accelero o rallento per stare al suo passo.
Solo da una forte tendenza all'empatia può nascere un insegnamento efficace. Un amicizia prevedibile e senza troppi scossoni. Un ragazzo ideale.
Peccato che tutto questo non sia abbastanza. Ai meriti aggiungo una forza di autoconservazione senza precedenti. Uno spirito di sopravvivenza radicato, egoista e prevaricante. Io, prima del mondo intero.
Il calcolo si fa difficile. Mi contraddico, scrivo brancolando nel buio, divago (da buon Rambler).
Mi voglio bene.
Anche in assenza di timone.
venerdì 4 gennaio 2013
Look Outside, the Rainbow's Gone
Credo che sia stata una giornata inaspettatamente piena. Non mi aspettavo niente, ho ottenuto tanto.
Cammino su due piedi ormai da tanto tempo, la vita fuori dal vecchio e stantio closet del liceo è solo un ricordo nero e confuso; ciò non toglie che negli ultimi otto anni (!!!) ho adottato la politica inconscia del If you ask, I'll tell. Non sono io a venire a raccontarti spontaneamente i dettagli della mia vita sessuale, ma se proprio ti interessano è un attimo.
Ecco, stasera si è fatto l'ultimo passo avanti verso la luce completa. Un amico un pochino oblivious ha scritto chiaro e tondo, senza brutte intenzioni di outing, della mia gaiezza sul mio profilo di Fb.
Fosse stato qualche tempo fa avrei reagito mascherando la cosa come uno scherzo, o aumentando al massimo la privacy del post. Gli ultimi sviluppi romani e una sconvolgente e piacevole saldezza interiore mi portano invece a lasciare che sia.
A Roma il fratello della mia coinquilina mi ha definito "in incognito". Sono rimasto quasi scioccato. So benissimo di non essere una checcona sculettante, ma da lì al passare per un etero aggraziato (io, poi) ha voja... ma le smentite sulla mia candida convinzione sono arrivate da tutte le compagne di viaggio. Dovrei girare con cartelli segnaletici, dicono, che "così come sei non si capisce".
Altro episodio degno di nota (e che come sempre ha fatto da preambolo a questa serata in sordina ma decisiva) è stata la storia che ho creato con la Valeria, in risposta al tema d'inglese affibbiatole dal titolo A Colourful World. Dopo pochi minuti di ragionamento ne è nata una favoletta dalla morale ovvia:
C'era una volta, in un mondo colorato, il bel Rosso, che una mattina si svegliò e decise di essere innamorato del Verde. Ma quando lo confidò ai suoi amici primari Giallo e Blu ne scaturì un putiferio: non si poteva! Le leggi del crudele Re Nero proibivano a tutti i colori di amare il loro complementare; Rosso avrebbe potuto unirsi solo a Viola o Arancio, mai a Verde.
Stanco della situazione e dei suoi spasimi d'amore, Rosso decise comunque di tentare il tutto per tutto. Corse nella notte oscura verso casa di Verde e gli cantò la serenata più passionale di ogni tempo. Verde, dal canto suo, appena scoprì che i sentimenti che non osava rivelare erano ricambiati, rispose al suo adorato con un canto struggente e delicato. Ma le temibili guardie del Re Nero, sentito il trambusto notturno, li raggiunsero prima che potessero dileguarsi insieme nell'oscurità, e li condussero in catene nella sala del trono del Re Nero.
La sentenza fu immediata. Alto tradimento, oltraggio alle decisioni della corona, atto osceno: morte. Il capo delle guardie sguainò la spada, e in un attimo trafisse il passionale Rosso, che spirò tenendo la mano dell'amato Verde. Disperato, e persa in un soffio la voglia di vivere, il prigioniero in lacrime riuscì a sottrarre l'arma a una delle guardie, e guardando con pena il Re decise di raggiungere nella morte il compagno.
Crollò esanime sull'adorata spoglia di Rosso. I due si sovrapposero e tutto tacque. Se non che, all'improvviso, una luce accecante si levò dai due corpi. Che si ersero in alto, splendendo e brillando bianchi e fulgenti, riducendo l'oscurità del Re Nero a un misero carboncino. Prima di svanire inghiottito dal candore, Nero capì di trovarsi davanti a un'entità singola, unica, frutto della fusione dei due colori complementari.
Niente fu più come prima. E per fortuna. Da quel giorno il Re Bianco regnò su una terra felice. Su un mondo colorato dove ognuno poteva amare chi preferiva. Dando vita a tanti bianchi. Ma anche a tanti arcobaleni.
A parte la retorica scontata e stucchevole (Valeria era comunque estasiata dall'inventiva spicciola - dovrei farle leggere qualcosa di Propp o Rodari) mi sono reso conto che una cosa del genere sarebbe considerata tremendamente poco politically correct per l'uso di bianco Vs nero. Ma tant'è. Qui volevo solo far emergere il mio nuovo impegno politico. L'attivismo anti omofobo. Finalmente il vero pride. Sono circa sei mesi che ho sbloccato l'ultimo tassello in me e ho intrapreso sul serio questa battaglia sociale, in prima linea. Senza nascondermi.
Il cambiamento c'è e c'è stato. Ora voglio esistere al mondo in quanto IO, non a seconda dei desideri del mio prossimo.
Ci vorrà ancora tanto tempo. Ora chiunque voglia leggere di me, può farlo tranquillamente. Parenti compresi.
Casini? Forse. Ma per loro, non per me.
Ci vuole pazienza. Un tassello alla volta.
D'altronde Rome wasn't built in a day.
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