Spesso la gente arriva a dei risultati spaccandosi la schiena, sputando sangue, sporcandosi le mani.
Io ai miei risultati arrivo sempre quasi per caso. E mi faccio rabbia.
A breve dovrò presentare una bozza di progetto per accedere a una borsa di studio per un dottorato di ricerca all'estero. Ecco, ho venti giorni per tirare fuori dal cilindro l'ennesima improvvisazione. E in questa fase preliminare in cui non ho il minimo controllo su quello che comunque accadrà (mi conosco), mi sento frustrato e impotente.
Credo sia tutta una questione di timone.
Esiste gente che si guida nella vita fin dalla più tenera età, si costruisce la sua nicchia con le idee chiare, lavora sodo, a volte fallisce, se riesce si rimbocca le maniche per lo sforzo successivo.
C'è poi gente che il timone non ce l'ha. Nasce, cresce, vegeta nel suo contesto, vivacchia soddisfatta della mediocrità, non vede sfide davanti a sé, lascia che tutto sia e infine muore senza lasciar traccia.
Io sto a metà strada.
Vivo nel continuo costruirmi rotte e progetti da portare a termine, mentre vivacchio adeguandomi a tutti i limoni che la vita mi dà da spremere. Ma non è mai vero merito mio per quello che porto a termine. C'è qualcun altro. Quando due mesi fa ho concluso la mia carriera universitaria con centodiecielode ero sì contento (ovviamente), ma non sono riuscito ad attribuirmi fino in fondo il merito di quella valutazione.
Il merito è del daimon. C'è un qualcosa in me che ogni tanto prende il controllo e mi manda in pilota automatico, che parla l'inglese come se fosse la sua lingua madre (e da sempre, fin da quando ero piccolino e se mi parlavano in inglese li capivo), che ricorda ogni dettaglio spiegato in ambito universitario e non, che tira fuori vecchi numeri di telefono inattivi da dieci anni. Lo stesso daimon che mi ha permesso di uscire con una valutazione ottima dal liceo senza. mai. aprire. un. libro. Mai.
Ma allora, al netto del daimon capriccioso e autogestito che vive in me, quali sono i miei meriti? Cosa so fare?
So essere empatico. Tendo a capire cosa frulla per la testa del mio prossimo, intuisco lo spirito che lo pervade, correggo la rotta per accostarmi alla sua e accelero o rallento per stare al suo passo.
Solo da una forte tendenza all'empatia può nascere un insegnamento efficace. Un amicizia prevedibile e senza troppi scossoni. Un ragazzo ideale.
Peccato che tutto questo non sia abbastanza. Ai meriti aggiungo una forza di autoconservazione senza precedenti. Uno spirito di sopravvivenza radicato, egoista e prevaricante. Io, prima del mondo intero.
Il calcolo si fa difficile. Mi contraddico, scrivo brancolando nel buio, divago (da buon Rambler).
Mi voglio bene.
Anche in assenza di timone.
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